STORIE – 1987. Wim Vandekeybus e il decennio d’oro. Formidabili quegli anni

Per Romaeuropa Festival, al Teatro di Roma, la ripresa di un titolo che mi esplose addosso nel 1987: What the body does not remember, di Wim Vandekeybus.

Wim Vandekeybus - What the body do not remermber - ph Danny Willems
What the body do not remermber – ph Danny Willems

Che anno, quell’anno. Per molte buone ragioni, a me resta impresso nella memoria. Non so a voi, che magari siete nati dopo. Ma a ricordarmi il 1987 c’era, qualche sera fa, al Teatro Argentina a Roma, uno spettacolo che da allora vive, o sopravvive, ancora.

Nel 1987 Wim Vandekeybus, 24 anni, belga, fondava Ultima Vez, compagnia di danza contemporanea. E si faceva conoscere con il suo primo titolo, What the body does not remember.

Che si affermò, allora, come un manifesto: non ciò che il corpo ricorda – perché anche il corpo studia a memoria, anche il corpo apprende – ma ciò che corpi senza memoria possono manifestare una volta sliti sul palco. Là dove si incontrano, si intercettano, si scontrano, si perquisiscono. Energia che esplode.

Volevo emozioni crude

“All’epoca ero davvero stufo di tutte quelle cose legate all’estetica, tutto quel fingere” dice Vandekeybus ora. “Volevo emozioni crude, potenza fisica, soprattutto istinto”.

Wim Vandekeybus - What the body do not remermber - ph Danny Willems
ph Danny Willems

È ancora quella l’impressione che il titolo produce adesso, in una ripresa che Romaeuropa Festival e Teatro di Roma, assieme a Ultima Vez hanno deciso di ripresentare a quarant’anni di distanza. Per il pubblico di un’altra generazione. Ma anche per chi ha qualche anno di più di allora. Quaranta.

A me, What the body does not remember aveva fatto un’impressione forte, in quegli anni Ottanta gloriosi, quando una libertà di viaggio e di pensiero, preparata e attesa, mi faceva girare su e giù per l’Italia, al volante di una Fiat Ritmo piuttosto precaria.

Quando la stagione dei festival diffusi era ancora all’inizio. Quando Polverigi, piccolissimo borgo nell’entroterra delle Marche, diventava punto di riferimento, assieme a Santarcangelo, per teatro e danza contemporanei.

Vandekeybus a Polverigi


Infatti, a un mese esatto dal debutto al Toneelschuur di Harlem (PaesiBassi), What the body does not remember arrivò là, negli spazi di Polverigi, attorno a Villa Nappi. Grazie a Velia Papa e Roberto Cimetta che quel festival, Inteatro, avevano inventato e fatto crescere. Cimetta ci avrebbe purtroppo lasciati l’anno dopo, consegnando in eredità quell’iniziativa. Ma anche un’intuizione curiosa, che allora furono I Gemelli Ruggeri e la spavalda banda di Gran Pavese Varietà, quella di Patrizio Roversi, Syusy Bladi, Vito.

Che impressione infatti – tornando alla compagnia Ultima vez sul palco di Polverigi – tutto quel correre, saltare, scatenarsi, giocare a rischio, quell’azzardo che attraverso i corpi prorompeva in palcoscenico. Lanciarsi pesanti mattoni, acchiapparli al volo e su quei mattoni mettersi in equilibrio, su una gamba sola, abbracciarsi e respingersi violentemente, zomparsi addosso. Stimolo vs risposta. Rischio vs pericolo. Caduta vs urto.

Brussel Wim Vandekeybus - What the body do not remermber - ph Danny Willems
ph Danny Willems

Ora che gli anni, i decenni anzi, sono passati What the body does not remember, è rimasto esattamente lo stesso. Ma di strada, danza e coreografia ne hanno fatta parecchia. E anche se oggi viene venduto come un classico contemporaneo, più che apprezzarne la classicità – che è un concetto complicato e discutibile – o la contemporaneità – che si è estinta – il segno che quel titolo lascia è una malinconia per ciò che lo spettacolo dal vivo allora era. Ribaltamento del canone, scoperta che entusiasmava, libertà. The way we were.

17 minuti nuovi

Oggi, non aiutano certo i 17 nuovi minuti finali, aggiunti chissà perché al classico, forse per renderlo contemporaneo. Però ripetitivi e stancanti. Una suite che annacqua una storia.

La ragione profonda mi pare comunque essere un’altra. Il fatto che Vandekeybus (e le sue coreografie successive) non abbiano lasciato il segno preciso e inconfondibile che, in quegli anni, altri artisti hanno saputo marcare.

Brussel 2026 - What the body do not remermber - ph Danny Willems
La replica di Brussel 2026 – ph Danny Willems

Dal magistero di Pina Bausch che proprio nel 1980 (era una creazione titolo, ed era l’anno del debutto) apriva un grande decennio (Nelken, Viktor, Palermo Palermo…) alla fortuna duratura di Maguy Marin (il sempiterno Maybe è del 1981) Da William Forsythe (che allora assumeva la direzione del Ballett di Francoforte) alle provocazioni ardite di Jan Fabre (nella cui compagnia Vandekeybus era cresciuto). Fino al diffondersi, nel nostro Paese, di fenomeni singolari e di spicco quali sono stati la nouvelle dance francese, il butho giapponese, i canadesi. In questo caso il merito va soprattutto a Lanfranco Cis e Paolo Manfrini, che furono le anime di Oriente e Occidente a Rovereto.

Brussel 2026 - What the body do not remermber - ph Danny Willems
La replica di Brussel 2026 – ph Danny Willems

Anni d’oro

Vabbè, perdonerete questo tono malinconico. Ma se una cosa ti ripiomba addosso quarant’anni dopo quel decennio dorato, un po’ di malinconia ci sta. Meno clamorosa, magari, di quegli applausi sbracciati che all’Argentina, l’altro ieri, hanno concluso What the body does not remember.

Ma in quell’anno, il pubblico d’oggi di Romaeuropa non era ancora nato. O se lo era, era distratto da altro. Nel 1987 c’erano Handke e Wenders con Il cielo sopra Berlino, c’erano Dirty Dancing e Bad di Michael Jackson. E Morandi, Tozzi, Ruggeri vincevano Sanremo. Insomma, anni d’oro. 🙂

– – – – – –
WHAT THE BODY DOES NOT REMEMBER (revival 2026)
direzione e coreografia Wim Vandekeybus
interpreti: Cola Ho Lok Yee, Paola Taddeo, Adrian Thömmes, Hakim Abdou Mlanao, Lotta Sandborgh, Alessia Lanotte, Cory Hugo Milan, Faustino Blanchut, Koen Kaya Eye, Nikoletta Polyzoi
musiche originali Thierry De Mey e Peter Vermeersch
concept e realizzazione musiche Tablemusic (BIS) Thierry De Mey
costumi Isabelle Lhoa
produzione UltimaVez
con il sostegno di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels
Teatro di Roma – Teatro Nazionale in corealizzazione con Romaeuropa Festival 2026

Hystrio Festival 2026, lab di teatro italiano under 35, in una Milano d’Europa

Per sei giorni, a Milano, le tre sale del Teatro Elfo Puccini hanno accolto Hystrio Festival 2026, spin off dal vivo della rivista diretta da Claudia Cannella.

Con i suoi dieci spettacoli, i cinque testi presentati in lettura nel format Situazione Drammatica, il premio Alla Vocazione, quello Alla Scrittura, altri sei Premi focalizzati sulla contemporaneità e gli incontri, Hystrio Festival è una ricognizione sulla generazione under 35.

Hystrio Festival 2026 - Hamlet in Purple - Valentino Mannias - ph Anna Faragona
Hamlet in Purple – Valentino Mannias – ph Anna Faragona

Milano vicina all’Europa

Certo Milano è un gran laboratorio. E il suo motore è l’innovazione. Lo vede più facilmente non chi a Milano ci vive, ma chi ogni tanto l’attraversa. Come me. E ne coglie i cambiamenti, il nuovo.

Mi ci sono trovato dentro, questa Milano. Non per l’esagerata Fashion Week, che mi interessa poco, forse solo per la comunicazione che mette in campo. Sono arrivato là per per Hystrio Festival 2026, che nel suo ambito, quello dello spettacolo dal vivo, e con le debite proporzioni, mobilita parecchia gente. Più addetti ai lavori che spettatori – a dire il vero – come potevano testimoniare le tre sale del Teatro Elfo Puccini, dove Hystrio Festival è di casa, platee onorate quasi ogni sera dai tuttoesaurito.

Ma proprio nell’incontro di creatori, artisti, esecutori, programmatori, responsabili di festival e di teatri, professionisti della comunicazione, si sviluppano le relazioni, i progetti, le idee finalmente, che portano all’innovazione, alla trasformazione, al futuro.

Magari me l’avete sentito già dire, ma in un Paese come il nostro, tenacemente legato al passato soprattutto in campo artistico, respirare il vento del nuovo, è fondamentale.

Hystrio Festival 2026 - logo

Penso sia per questo che cinque anni fa, in forma di spin off della rivista Hystrio e dei suoi due Premi, è nato Hystrio Festival. Vocazionalmente portato a esplorare il teatro under 35.

Esequie

Badate: non è apologia della gioventù (che l’under 35 è giovane sì, ma fino a un certo punto). Non è nemmeno una mia fissa sul nuovo. È l’indispensabile plasma del ricambio, che se non circola, prepara le esequie.

Lo dico – in forma di paradosso – proprio dopo aver visto Hamlet in Purple, lo spettacolo a mio parere più interessante di questa quinta edizione del Festival.

È pur vero che la base della vicenda risale a cinque secoli fa (anzi, ancora a prima) e al talento di Shakespeare. Ma il suo esito performativo si colloca precisamente nel nostro tempo dello spettacolo. Che è un tempo funebre. Di esequie appunto.

Non solo perché il creatore e performer Valentino Mannias, disteso sulla bara della povera Ofelia, canta – come è stato scritto – “un requiem contemporaneo al teatro”.

Hystrio Festival  2026 - Hamlet in Purple - Valentino Mannias - ph Simone Mura
Hamlet in Purple – Valentino Mannias – ph Simone Mura

Anche perché l’avvicendarsi dei suoi registi e dei linguaggi, è un impasto che fa piazza pulita di tutto lo Shakespeare commerciale e scenicamente risaputo che siamo abituati a vedere qui in Italia, a parte qualche eccezione.

Viola lutto

E invece, sentir risuonare la glass harmonica di Luca Spanu (l’organo musicale dove a vibrare sono bicchieri appena appena accarezzati dalle dita), assistere alla performance della decina di voci che Mannias consegna ai personaggi, vedere azzerato il naturalismo e la psicologia grazie a marionette e burattini, e trovarsi calati nel color viola luttuoso che esaspera il suggerimento del titolo, tutto ciò intercetta una pratica che – se non può basarsi su una drammaturgia efficacemente contemporanea (ne parlopiù sotto) – prova a organizzare un modello nuovo nella restituzione dei classici.

Che per definizione – ci insegnava Jan Kott – sono nostri contemporanei.

Potrei aggiungere – per chi di visioni ne ha già in tasca tante – che Carmelo (Bene) e Leo (De Berardinis) con loro principi danesi erano ben presenti nelle declinazioni ironiche della voce di Mannias, che si moltiplica in tante voci. Che ingegnosa e manigolda era la confezione degli endecasillabi in cui è stato riscritto l’originale. E che le figure create dai puppet maker Is Mascareddas restituivano una componente regionale – l’essenza sarda – che fin dal rilancio della sardità propiziato da Alessandro Serra in Macbettu, comincia a lasciare segni.

Potere e ginnastica

Absolutely present era anche un altro spettacolo, Mine-Haha, rielaborazione che il regista Marco Corsucci ha fatto del più bel racconto (sottolineo, è un racconto) di Frank Wedekind, riletto come presa di posizione attuale sulle politiche del corpo. Con una fenomenica Matilde Bernardi, in veste di adolescente da educare. Sottotitolo è infatti: L’educazione fisica delle fanciulle.

MineHaha - Frank Wedekind - Matilde Bernardi - ph Andrea Macchia
Mine- Haha – Matilde Bernardi – ph AndreaMacchia

Elementari sequenze ginniche, che fanno al tempo stesso coreografia e drammaturgia, ci lasciano intuire che, a suo modo, nel 1903, lo scandaloso autore di Risveglio di primavera, aveva già polemicamente chiaro quanto i protocolli educativi (educazione fisica, non intellettuale, di coercizione e controllo) della donna fosse indispensabile al mantenimento del potere patriarcale nell’Occidente europeo. Che rivoluzioni e guerre avrebbero presto trasformato.

Un’opera insomma che sarebbe utile rendere oggi obbligatoria, come i Promessi Sposi ieri. Uno spettacolo, ancora una volta, in sintonia con i temi del contemporaneo.

MineHaha - Frank Wedekind - Matilde Bernardi - ph Andrea Macchia
Mine-Haha – Matilde Bernardi – ph Andrea Macchia

Scrivere per chi interpreta e per il pubblico

E così finalmente arrivo alla questione più delicata. Quella che Hystrio Festival 2026 e i suoi due premi vocazionali under 35 ( uno alla vocazione attorale, l’altro alla scrittura drammaturgica) mi hanno chiarito più che negli anni scorsi.

Come mai alla base di questi due spettacoli, per me i più interessanti e sicuramente quelli che avranno un futuro, ci sono Shakespeare e Wedekind? Cinque secoli fa. Un secolo fa.

Attraverso due giurie di esperti, il Premio Alla vocazione e il Premio Scritture di Scena selezionano futuri professionisti del teatri e assicurano loro un piccolo bonus di visibilità.

Ciò che da tempo riscontro, e quest’anno mi risulta palese, è come la qualità degli attori e degli attrici che via via emerge dal Premio ai giovani interpreti sia proporzionalmente inversa alla qualità percepita dalla lettura di decine e decine di “nuovi” testi di drammaturgia italiana.

Tanto sono bravi loro, gli interpreti, quanto ininfluente, statica, ripetitiva, senza forza, è la scrittura che a loro si chiede di portare in scena.

Francesca Astrei in Io sono verticale ph Paolo Minnielli
Francesca Astrei in Io sono verticale – ph Paolo Minnielli

E intendo: sempre le stesse malconce famiglie, in questi “nuovi” testi, sempre quel volo basso dei dialoghi, sempre gli stessi riferimenti a un presente breve (slang, frasi fatte, canzoni, citazioni, atteggiamenti) che presto saranno dimenticati e rendono fatalmente caduca ogni storia. E sempre, o quasi sempre, il personale vissuto di chi scrive.

Nei casi migliori, sembrano script pensati per la serialità cinematografica e televisiva, colgono l’attimo e – se catturano l’attenzione, o addirittura una produzione – è una cosa momentanea. Periranno presto.

In sintonia

Credetemi: sono giurato in numerose giurie di drammaturgia, e quest’anno ho letto quasi duecento testi in toto e altri trecento per le prime venti pagine – ve lo giuro, bastano. Una ripetitività desolante. L’inconsapevolezza di ciò che il teatro richiederebbe oggi. Assente ogni sintonia con la contemporanea drammaturgia internazionale: anglosassone, latino-americana, francese, tedesca, russa…

Latitante infine la spinta a un teatro europeo che il laboratorio Milano, a cominciare dal Piccolo, passando per tante altre innovative sale milanesi, sta in questi anni provando a promuovere.

Milano è l’unica città veramente europea dello Stivale, e i suoi palcoscenici illuminano, oltre ad essere illuminati.

Pietro Cerchiello in Tecniche di lavoro di gruppo - ph Luca A. d'Agostino
Pietro Cerchiello in Tecniche di lavoro di gruppo – ph Luca A. d’Agostino

È in gioco qui la ristrutturazione del pubblico: una generazione nuova di spettatori, senza la quale non ci sarà un nuovo teatro.

Magari ne parliamo nei prossimi post. Quanto a questo, sono già andato troppo lungo.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
HYSTRIO FESTIVAL 2026
diretto da Claudia Cannella
organizzato dalla rivista trimestrale Hystrio
15-20 settembre 2026

Lo staff di Hystrio
Lo staff di Hystrio

PREMI HYSTRIO FESTIVAL 2026
Premio Hystrio all’Interpretazione: Vinicio Marchioni
Premio Hystrio alla Regia: Fabiana Iacozzilli
Premio Hystrio alla Drammaturgia: Federico Bellini
Premio Hystrio-Corpo a Corpo: Marta Ciappina
Premio Hystrio-Altre Muse: Factory Compagnia Transadriatica
Premio Hystrio Scritture di Scena: Marco Trotta con il testo Un bambino
Premio Hystrio alla Vocazione: Lorena Nacchia e Edoardo Sabato La borsa di studio Ugo Ronfani è andata a Dino Galiano
Premio Hystro Mariangela Melato: Marta Malvestiti e Andrea Ibba Monni

HAMLET IN PURPLE
da W. Shakespeare
traduzione, regia, drammaturgia Valentino Mannias
musiche originali e sound design Luca Spanu
collaborazione teatro di figura Is Mascareddas
con Valentino Mannias e Luca Spanu
produzione Valentino Mannias, Bluemotion

MINE-HAHA
ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle
dal romanzo di Frank Wedekind
un progetto di Marco Corsucci e Matilde Bernardi
ideazione e regia di Marco Corsucci
con Matilde Bernardi
spazio e luci di Flavio Pezzotti
suono di Federico Mezzana
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa

I Turcs tal Friùl. Bestemmia e preghiera nel giovane Pasolini

Scritto da Pier Paolo Pasolini, a 22 anni, nel 1944, I Turcs tal Friùl rinasce in un nuovo allestimento teatrale con la regia di Alessandro Serra. Un progetto di Cinemazero – Pordenone, prodotto da CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia.

I Turcs tal Friùl (2026) – ph Alessandro Serra

Il passato, il presente

“Il modo in cui insegniamo e promuoviamo la cultura italiana è necrofilo. Invece di portare i viventi in un altrettanto vivente passato, ci sforziamo di portare i morti nel presente, mortificandolo”.

Una volta tanto, comincio con una citazione. È tratta da un saggio di Alessandro Giammei, studioso italiano di italianistica.

Uno dei dispositivi tipici della mortificazione del presente sono gli anniversari. E gli anniversari non fanno bene alle arti. Neanche a quella teatrale. Penso di averlo detto, scritto, dimostrato, in molte occasioni.

Lo ripeto anche questa volta, quando una delle tante ricorrenze scandite dal calendario, ci riporta agli eventi del maggio 1976, terremoto in Friuli.

Già officiata a maggio 2026, la ricorrenza continua a trovare eco in un progetto che ora, a settembre, coniuga i 50 anni da quell’evento sismico e Pier Paolo Pasolini.

Rielaborazione grafica di una foto originale di Deborah Beer. Archivi Cinemazero
Rielaborazione grafica di una foto originale di Deborah Beer. Archivi Cinemazero

Il detonatore

Il nuovo scatto celebrativo non è tanto nel terremoto, né in Pasolini, già ossequiato in occasione del centenario della nascita (1922). Adotta invece come detonatore l’allestimento di un suo testo teatrale, intitolato I Turcs tal Friùl, scritto in lingua friulana nel maggio del 1944 e rappresentato per la prima volta nel 1976, a Venezia, chiesa di San Lorenzo, sei mesi dopo la disastrosa scossa del 6 maggio.

Non era stato uno spettacolo d’eccezione: aveva caratteristiche amatoriali, lo nobilitavano in qualche modo le musiche di scena composte da Luigi Nono. La scenografia, molto essenziale, era stata approntata dallo scultore Luciano Ceschia. Sullo sfondo apparivano le fotografie rurali di Italo Zannier.

Forte però era il suo valore simbolico. Il ritrovamento di un testo fino ad allora sconosciuto di Pasolini, e il tema (che rievocava il pericolo della distruzione nel 1499, a opera dei “turchi”, del paese di Casarsa, nido materno dello scrittore) potevano concentrare l’attenzione nazionale sulla forza della ricostruzione post-terremoto che da alcuni mesi, “da soli, a mani nude” i friulani avevano già avviato.

Locandina per la rappresentazione del 1976 a Venezia
Locandina per la rappresentazione del 1976 a Venezia

Turchi mitologici

Da quel momento una estesa mitologia ha accompagnato i Turcs tal Friùl, per le tante intersezioni che attorno a quel lavoro si potevano e si volevano costruire.

Afflato civile (i turchi del 1499 erano i fascisti e l’esercito tedesco che nel 1944 terrorizzavano il Friuli). Valore profetico (proprio come uno dei personaggi, anche il fratello di Pasolini, Guido, verrà ucciso nel febbraio 1945, nella resa dei conti tra partigiani cattolici e partigiani comunisti). Rimando classico (l’architettura ricalca vagamente le forme della tragedia, Eschilo in particolare). Impatto linguistico (la lingua adottata dall’autore è una particolare variante, quella di Casarsa, del friulano).

Manoscritto dei Turcs  (1944)
Manoscritto dei Turcs (1944)

Bene si sa, inoltre, quanto Pasolini, pur nato a Bologna e pur ucciso alla periferia di Roma, sia considerato cittadino e padre poetico della identità friulana, della sua lingua, delle sue radici. E pertanto ossequiata icona di questa Regione.

Cinquant’anni dopo

Allo scadere del 50esimo anno da quella prima rappresentazione, un progetto raccoglie ora il supporto di lunga filiera culturale e economica (vedi più in basso i crediti produttivi) e spinge dunque al recupero scenico dei Turcs tal Friùl e alla pubblicazione di un volume memoriale, ricco di approfondimenti, in cui tutti i fili sembrano rinsaldarsi.

Ma gli anniversari – dicevo- non fanno bene alla spinta creativa. Mi associo di nuovo a Giammei, citato prima: “Qual è il destino di un popolo che fonda la propria mitologia identitaria nel sangue, nella genealogia, nella ricorrenza di un’apocalisse zombie dei propri presunti antenati?”.

Nel passato decennio, Alessandro Serra, regista, ha lavorato sulla potenza scenica delle lingue minoritarie: la lingua sarda nel folgorante Macbettu post-shakespeariano, la lingua grecanica nel meno riuscito Tragùdia, incentrato sul mito di Edipo.

Serra è parso perciò il riattivatore ideale per questi Turcs, che già nella stagione 1995-96 erano apparsi, in un cortile di campagna, nel significativo allestimento di Elio De Capitani con le musiche di Giovanna Marini. Un’occasione che aveva rilanciato la crescita del teatro in Friuli, effettivamente avvenuto, con la nascita di una nuova “meglio gioventù” teatrale.

I Turcs tal Friùl - 1995 -  ph Luca A. D'Agostino
I Turcs tal Friùl – edizione 1995 – ph Luca A. D’Agostino

Omologazioni

Ad Alessandro Serra, anche per la sua attenzione filologica ai testi, il compito quindi di riannodare i tanti fili che si intrecciano nei Turcs. Del resto, con il loro autore, il regista condivide pure una certa anti-modernità e la predilezione per le radici e l’arcaico.

Infatti, a una presunta l’omologazione della contemporanea lingua del teatro, in molte interviste, Serra afferma di voler opporre la musica delle lingue minoritarie e dei dialetti dimenticati, la loro purezza nel risuonare aurorali, arcaici.

Postura che sembra identica all’avversione che Pasolini nutriva per la “lingua tecnologica” e consumistica che andava diffondendosi nell’Italia anni Sessanta: la stessa ricerca di un’eden linguistico che PPP aveva trovato nella parlata dei ragazzi di Casarsa di cui era insegnante, e dai quali aveva appreso a parlare in friulano (con la madre Susanna, maestra elementare, parlava in italiano).

Ruvidezza contadina

Ne discende, in linea retta, l’impostazione di questa nuova edizione dei Turcs. Rigorosa ma arcaicizzante, prevalentemente vocale, musicale, operistica, a scapito della stessa comprensione del testo, anche per la maggior parte dei friulani d’oggi (cui soccorrono, per fortuna, i sopratititoli, in italiano e, chissà perché, in inglese).

I Turcs tal Friùl – 2026 – ph Alessandro Serra

Un risultato poco empatico, scarno di azione, una sacra rappresentazione in forma di oratorio, che non si dovrebbe nemmeno chiamare laico, visto che la chiave del testo è il rapporto dei personaggi con la religiosità e la fede.

Osservanza cristiana vs ribellione, preghiera vs bestemmia, sono infatti i due poli attorno ai quali i paesani casarsesi del 1499, nella lingua del 1944, giocano la partita della propria esistenza.

Però immobili, in controluce possente, davanti a un uniforme muro/sfondo di ruvidezza contadina (il fondo oro della pittura pre-rinascimentale italiana, già evocato da Pasolini per Teorema).

I Turcs tal Friùl - 2026 - ph Alessandro Serra
I Turcs tal Friùl – 2026 – ph Alessandro Serra

Ogni tanto, nella compattezza del muro, il profilo di un portone colonico si dischiuderà, e come nel teatro greco verrà alla fine esposto il cadavere, in forma di scultorea Pietà cristiana.

Temporali e primule

Naturalmente Pasolini resta un’icona controversa, tanto più per il sostrato cattolico dei friulani, che volentieri dimenticano il realismo “romano” dei romanzi, la disinvoltura e la crudezza delle regie cinematografiche, la vis civile e polemica dell’intellettuale, il piacere dello scandalo.

Qui in Friuli si è sempre preferito valorizzare lo stendardo della sua poesia, quella che canta la terra dei temporali, delle primule, della rugiada. A questo idillio post-pascoliano, al respiro lirico di una comunità-coro, i Turcs di Serra si accordano.

Bello però sarebbe stato far tralucere nei settanta minuti dello spettacolo anche qualcosa delle tante sfaccettature che Stefano Casi, attivo studioso del Pasolini teatrale, e Walter Siti, curatore dell’opera omnia per i Meridiani di Mondadori, hanno seminato da tempo in tanti volumi e in tanti convegni pasoliniani.

copertina del Meridiano a cura di Walter Siti e Silvia De Laude
copertina del Meridiano a cura di Walter Siti e Silvia De Laude

La simbiosi di lingua e corpi, più che di voci, il peso psicologico dell’omosessualità, la sublimazione dell’eros, il narcisismo, le ossessioni, la contraddizione dell’intellettuale borghese al tempo stesso candido marxista… E chissà quante alte cose, che un artista di ammirevole intelligenza e sottile vista teatrale (Serra) e un musicista raffinato (Bruno de Franceschi) avrebbero potuto lasciarci intuire.

Zombie

Il progetto sui Turcs aggiunge invece un tassello ulteriore al processo di mitificazione. Ho scritto mitificazione, non mistificazione, e Giammei scriverebbe zombificazione.

Ovvero, la venerazione di cui PPP – santo, martire, profeta – è oggetto in questo Nordest, dal giorno in cui, nel novembre 1975, è stato martoriato e ucciso. Là, in quello spiazzo, senza primule senza rugiade, della desolata periferia di Roma. L’ anno prima del terremoto del Friuli.

il corpo massacrato di Pasolini - Idroscalo di Ostia 1975
il corpo massacrato di Pasolini – Idroscalo di Ostia, novembre 1975

– – – – – – – – – – – – – –

I TURCS TAL FRIÙL
di Pier Paolo Pasolini
drammaturgia, regia, scene, suoni, luci e costumi Alessandro Serra
interpreti: Valerio Ameli, Aurora Cimino, Erika Cordisco, Salvo Drago, Diamara Ferrero, Noemi Grasso, Alessandro Maione, Chiara Michelini, Felice Montervino, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Mirko Soldano, Aida Talliente
e voci e canti Bruno de Franceschi
assistente ai canti Noemi Grasso
movimenti di scena Chiara Michelini
collaborazione ai costumi Francesca Novati
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia,
con Teatri Stabil Furlan, Teatro Nuovo Giovanni da Udine e con Teatropersona
con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, di Confindustria Udine e di Banca 360 FVG
con il patrocinio dell’Università degli Studi di Udine
in collaborazione con Centro Studi Pasolini di Casarsa della Delizia, ERT Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia, i Comuni di Casarsa della Delizia e Gemona del Friuli, Associazione Icaro Volontariato Giustizia ODV
si ringrazia per la collaborazione il Teatro Nazionale Croato Ivan Zajc di Fiume – HNK Ivana pl.Zajca u Rijeci
la produzione è parte del progetto di Cinemazero I Turcs tal Friùl 1976-2026: 50 anni dopo il terremoto, a cura di Luca Giuliani e Roberto Calabretto

NID 2026, cogliendo ciliegie nella Torino post-industriale


Cinque giorni in Piemonte, a settembre, per NID 2026 – Nuova Piattaforma Italiana di Danza. Il reportage.

NID 2026 - Sognare - coreografia Damiano Scavo- ph AMacchia
Sognare – coreografia Damiano Scavo – ph AMacchia

Una cosa soprattutto mi incuriosiva, mentre scorrevo in anticipo il programma di NID 2026. Che questa decima edizione della New Italian Dance Platform, toccasse per la prima volta una città grande, metropoli quasi, con tutta la forza del suo indotto geografico.

Caratteristica che, riannodando il filo del tempo, le ospitalità precedenti, tutte città di medie dimensioni – da Civitanova Marche, a Vicenza, da Cagliari a Reggio Emilia e Gorizia – certo non potevano vantare. Né sfidare Torino.

Complessità

Ragionavo dunque: complessità urbana vs complessità creativa, quella della coreografia italiana odierna. Perché dentro la danza, assai più che nel teatro, il contesto, i luoghi, gli spazi, in cui uno spettacolo incontra il pubblico sono elementi fondanti, oggi più di ieri, della visione. E di conseguenza, della percezione.

Torino, con la sua storia novecentesca, con i riassetti dettati dalle dismissioni industriali. Con la rinascita architettonica per le Olimpiadi invernali (2006, vent’anni fa) e con la finanziarizzazione dell’ultimo decennio, Pnrr compreso. Torino ripensata sul modello parigino delle Città in 15 Minuti. Tempistica smart, che assai farebbe bene alla danza. Scherzo, eh! Ma mica tanto.

NID 2026 - Torino - Mole

Torino vicina all’Europa

Eccoli, i luoghi. Le Fonderie Limone nella vicina Moncalieri, annex post-industriale che il Teatro Stabile ha aggiunto alle due sale in centro, Carignano e Gobetti. La Lavanderia a Vapore di Collegno, recuperata allo storico manicomio dello Smemorato, e gestita dal circuito Piemonte da Vivo.

La strabiliante riabilitazione delle OGR – Officine Grandi Riparazioni, ripensate come snodo di innovazione e piene ogni giorno di sorprese. E poi i vent’anni dalla rinascita del centenario Cinema Teatro Savoia, oggi Astra, ma sempre con quei suoi twist déco. E gli spazi funzionali della CasaTeatro Ragazzi e Giovani, una volta impianto di trasformazione elettrica, là dalle parti di corso Unione Sovietica (quando si dice la Storia!)

Impennate, sberleffi, rigore

Gia nelle venue del programma di NID 2026, dunque, una complessità e una storia ammirevoli, da coniugare con l’altrettanto complessa, mobile, imprevedibile trasformazione della coreografia crafted in Italy. Così difficile da catturare in una definizione sola.

Tra le impennate di corpo e di pensiero di Francesca Pennini/Collettivo Cinetico, e la lunga carriera, sempre impastata di drammaturgia, di Balletto Civile. Tra il rigore introverso e orientale di Alessandra Cristiani e lo sberleffo di Davide Tagliavini, devoto alle Wuthering Heights di Kate Bush, o i Chopin notturni e estetizzanti di Piano Forte, la coreografia firmata da Roberto Tedesco.

NID 2026 - Francesca Pennini - Abracadabra
NID 2026 – Francesca Pennini – Abracadabra

E poi lavori che già si sono fatti valere: Cani lunari di Francesco Marilungo, Epiphania di Abbondanza/Bertoni, lo scrolling infinito di Francesca Santamaria (Good Vibes Only).

La carta del programma nasceva pure integrata al supporto digitale di app dedicate, di QR code di libera circolazione sui mezzi pubblici, dell’intelligenza artificiale per le traduzioni, di un millimetrico coordinamento orario di panel, workshop e spettacoli, che avrebbe permesso a tutti di vedere tutto. Sulla carta, appunto.

Resistenza urbana

Ma il più delle volte le alte ambizioni si scontrano con la realtà urbana – la sua resistenza, anzi – che imbriglia la forza delle idee. Così le distanze, da un capo all’altro della città, quasi un’ora di viaggio in metro, non-air-condition a 36 gradi esterni – figurarsi se percepiti – possono pure rallentare l’auspicato flusso.

E il bisogno di mettere assieme, nella selezione del programma artistico, innovazione e solidità raggiunta, fughe in avanti e ripristino del passato, ha frenato l’impulso al nuovo. E ha portato NID 2026 a presentarsi come dispositivo di sistema, osservatorio, forse panopticum nazionale, ecumenico. Però senz’altro utile alla visibilità mondiale. 83 contro i 47 dell’anno scorso i buyers internazionali, su un totale di 520 operatori (+ 45%). per non parlare di pubblico, giornalisti, curiosi.

NID 2026 - Collegno - Lavanderia a vapore
NID 2026 – Collegno – Lavanderia a vapore

Cherry picking

Insomma, tutto e anche (un po’) il suo contrario, in un programma dentro al quale l’attesa del nuovo è probabilmente un problema soltanto mio. Mentre ancora una volta mi si spiega che il New di NID, più che combinarsi in New Dance, si sposa in New Platform. Che è un punto di vista diverso. Molto.

E spinge me, in questi cinque giorni a Torino, a praticare il cherry picking. Quello di chi va per campi alla ricerca di ciliegie, e ne coglie solo poche, belle e appetibili, rinunciando a godere di tutta l’abbondanza, tralasciando la frutta un po’ ammaccata, o acerba, o troppo matura.

L’appetito vien guardando

Appetibile quindi il gioco di mani che Manifestus di Jacopo Jenna mette giù, dentro i cromatismi rossi, blu, gialli, che incendiano un salone delle Officine Grandi Riparazioni, là dove un tempo si aggiustavano le sbuffanti locomotive, e ora si illumina con i geroglifici di tre instancabili performer di corpo e mani: Simone De Giovanni, Petra Audrey Mangoua Youaleu, Phex.

Simone De Giovanni, Petra Audrey Mangoua Youaleu, Phex in Manifestus - Jacopo Jenna
Simone De Giovanni, Petra Audrey Mangoua Youaleu, Phex in Manifestus

Appetibile l’ironica riflessione sul professionismo della danza che Francesca Foscarini e Andrea Costanzo Martini, vestiti da cavallo compresi i capelli a coda, lanciano tra il pubblico nel loro ridente corto Pas de cheval.

Meritevole di applauso, tra le quattro proposte in progress (una quindicina di minuti che potrebbero crescere), Damiano Scavo, soprattutto per il guardaroba visionario di Sognare – Fase Ram.

NID 2026 -Pas de Cheval - Foscarini Martini - ph AMacchia
Pas de cheval – Foscarini Martini – ph AMacchia

Respiri

Encomiabile infine l’iniziativa di Salvo Lombardo: un lavoro di durata, tre ore fruibili a piacimento dallo spettatore. Il suo Atlante dei respiri ricevuti accoglie l’indipendente viaggiatore di danza in due dei grandi ambienti della Lavanderia di Collegno e gli permette di incontrare, ancora meglio, di sfiorare il fermento d’improvvisazione di una ventina di belle firme dell’orizzonte italiano, senza distinzione di età e di stile.

Nel respiro comune di un pomeriggio intenso, posso quindi essere felice e commosso per aver camminato assieme – li voglio citare tutti – a Adriana Borriello, Andrea Dionisi, Anna Basti, Antonio Tagliarini, Aristide Rontini, Chiara Ameglio, Christopher Serebour, Daniele Ninarello, Doriana Crema, Edoardo Mozzanega, Fabritia D’Intino, Fabio Pronesti, Francesca Foscarini, Giulia Cannas, Irene Russolillo, Lucia Cammalleri, Lucrezia Gabrieli, Luna Cenere, Nicola Galli, Ornella D’Agostino, Teri Jeanette Weikel, Valerie Tameu.

NID 2026 - Cosmorama - Nicola Galli - ph AMacchia
Cosmorama – Nicola Galli e Rafael Candela – ph AMacchia

Nel verde

Se si parla di ciliege, il contesto naturale – va da sé – risulta ancora più affine. Il verde fresco Parco del Valentino è il luogo nel quale Nicola Galli e Rafael Candela, rabdomanti vestiti di bianco con dorati bastoni in mano, collocano il loro Cosmorama.

Senonché la maestosità degli alberi, i bei salici e le fronde enormi dei tigli, tendono a miniaturizzare il corpo dei danzatori, dispersi tra le siepi e il relax pomeridiano dei frequentatori. C’è chi rimpiange allora di non avere con sé un binocolino, come ai tempi dei tempi.

La cosa si ripete lungo il canale della Venaria Reale per l’appuntamento conclusivo di NID 2026. Ma qui l’autorevolezza sabauda del posto (così amato da Peter Greenaway), la luce del tramonto, le mille lucine del parco avvolto ormai dall’oscurità, segnano l’evento con un portato magic che riconcilia qualunque cosa.

Anche il già visto, anche la noia, anche l’apprensione di sapere che la prossima NID 2027 avrà come contenitore il caos capitale di Roma. E farla danzare non sarà facile.

NID 2026  Venaria Reale - il secondo Paradosso di Zenone - ph AMacchia
Venaria Reale – Il secondo paradosso di Zenone – ph AMacchia

NID 2026

vedi qui il programma completo

commissione artistica 2026 : Raimondo Arcolai, Selina Bassini, Paolo Dalla Sega, Isabella Di Cola, Massimo Ongaro, Carmela Piccione, Gianmaria Piovano

L’Assemblea ADEP – che ha designato Piemonte dal Vivo Circuito Regionale dello Spettacolo quale capofila della 10a edizione della NID PLATFORM – è composta dai seguenti soggetti: Soc. coop. A. Artisti Associati; Ass. A.M.A.T. – Associazione Marchigiana Attività Teatrali; Ass. A.T.C.L. – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio – Circuito Multidisciplinare del Lazio; Soc. coop. Anghiari Dance Hub; Fondazione Armunia – Castello Pasquini; Ass. Arteven – Circuito Multidisciplinare del Veneto; ATER Fondazione; APS Cantieri Danza; Ass. CDTM – Circuito Campano della Danza; Soc. coop. Ce.D.A.C. Sardegna; Ente pubblico economico Centro Servizi Culturali S. Chiara; Ass. cult. Circuito CLAPS – C.L.A.P. Spettacolodalvivo; Ass. Culturale L’arboreto Aps; Ass. CRO.ME – Cronaca e Memoria dello Spettacolo; Soc. coop. Daniele Cipriani Entertainment; Ass. Danzeventi; Associazione Enti Locali per le attività Culturali e di Spettacolo; Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee ETS; Fondazione I Teatri di Reggio Emilia – Festival Aperto/RED; Ass. cult. ETS Centro Studi L’Aquila Danza – Teatro dei 99 – Festival dei Cento Passi; Fondazione CROSS ETS; Fondazione Haydn di Bolzano e Trento; Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse; Fondazione Piemonte dal Vivo – Circuito Regionale dello Spettacolo; Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza; Fondazione Toscana Spettacolo; ASD La Sfera Danza; Soc. coop. a r.l. MAYA Inc; Impresa sociale Milano Oltre; Ass. cult. Mosaicodanza; Ass. Movimento Danza; Ass. Music & Movie ETS; Impresa sociale Oriente Occidente ETS; Consorzio regionale Puglia Culture; Ass. cult. Raidfestivals ETS, S.r.l. ;Roberto Giovanardi Entertainment; Ass. Teatro Pubblico Campano; Fondazione Torinodanza Festival – Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Soc. coop. soc. 23/C Art ONLUS.

FESTIVAL 2026. BMotion, un palcoscenico di scritture e luci nel bosco

Si avvia alla conclusione di domani, domenica 30 agosto, l’edizione 2026 di BMotion a Bassano del Grappa. Ero lassù nei primi giorni di questa settimana, e vi racconto un po’ quanto è rimasto nella mia memoria di spettatore.

BMotion 2026 - Deep are the Woods - Eric Arnal-Burtschy
Deep are the Woods – Eric Arnal-Burtschy

Al limitar del bosco

Con una voce che rassicura, “la guida” ci invita a penetrare nel buio. Tra noi – siamo una ventina – qualcuno è già in ansia. Convincente, lei però ci esorta: stendetevi a terra, rilassatevi, supini, zitti, come se vi voleste prendere una pausa dal rumore della vita. Attorno a noi, adesso, solo il buio del bosco.

A dire il vero, non siamo in un bosco. Siamo sul palcoscenico del Teatro Remondini, a Bassano, dietro al sipario chiuso: spazio protetto, sicuro, che ci riceve. Non ci sono nemmeno gli alberi. Ciò che in quel buio traspare sono soltanto raggi di luce, come quelli che potrebbe indirizzarci la luna, tra i rami e le fronde.

Non c’è nemmeno luna, però: solo sorgenti luminose artificiali e algoritmi digitali. Si muovono, quei dardi di luce, indolenti, ci sfiorano, ci accarezzano, mentre noi, rasoterra, proviamo a intercettarli con le dita o la mano. Ma è impossibile – si sa – afferrare la luce.

Deep are the Woods è il titolo della creazione dell’artista belga Eric Arnal-Burtschy. È il più sontuoso, il più curioso, tra gli appuntamenti della prima settimana di BMotion, sezione che il fiuto selettivo di Michele Mele tesse da qualche anno dentro il programma di OperaEstate Festival.

Dunque, la profondità del bosco. Titolo che lo stesso Mele qualifica fuori formato. Nessun testo, nessuna musica, nessun performer. Non c’è nemmeno il suo ideatore. Solo la luce, un centinaio di dardi stellari che ci avvolgono e si schiantano sulle pareti nere del palcoscenico, intensificati da una nebbiolina che intanto si è diffusa. E se non ci invita al sonno, ci porta sulle strade della meditazione.

Mindfulness collettiva

“Abbandonatevi alla vostra avventura” ci aveva raccomandato la guida. E così fa – suppongo – ciascuno di noi, cullato dall’evento, che tra gli slogan recenti delle performing arts si potrebbe etichettare partecipativo, esperienziale. Immersivo, mi suggeriscono. Ma quella parola io la riserverei agli spettacoli in piscina. O nella vasca da bagno.

I raggi si muovono muti, lineari, rallentati. Qualcuno tra noi si mette a sedere, qualcuno si alza in piedi, o cautamente cammina, per osservare l’altro spettacolo: quello dei suoi compagni d’avventura punteggiati di luce.

Dura quaranta minuti l’esperienza. Ma non sembrano affatto tali, perché ognuno di noi, intanto, sì è avventurato in un viaggio personale. Una mindfulness collettiva che ci fa gruppo e al tempo stesso eremiti.

Ad esempio, io mi sono infilato in un trip da boomer, che ha mi resuscitato l’eco di Battiato, il desiderio di superare le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farmi invecchiare…

In realtà…

In realtà, a BMotion ci ero andato con altri propositi. Quelli di tastare il polso allo stato presente della drammaturgia in Italia. Il cartellone della prima settimana metteva insieme molti processi e propositi diversi, in fasi diverse di elaborazione e di distribuzione.

Drammaturgia, dico. E uso il termine in un senso ampio, molto ampio, intendendo le strutture che stanno alla base di un prodotto creativo, le fonti di ispirazione, l’organizzazione dei materiali, l’architettura e il ritmo della composizione, ecc. ecc. Ma non vi vorrei tediare con lo spiegone.

Racconti e romanzi

I titoli che BMotion ha messo in cartellone rispondono infatti a questa varietà di indirizzi. Dalla sicurezza oramai raggiunta da Ivan e i cani, che la bravura e l’ispirata performance sonora di Federica Rosellini, trae da un racconto, struggente, coinvolgente, di Hattie Naylor (ne parlavo da Castrovillari nel 2025).

Ivan e i cani - Federica Rosellini - ph Angelo Maggio
Ivan e i cani – Federica Rosellini – ph Angelo Maggio

Fino al tentativo, ancora in fase iniziale, di Caterina Carpio che in veste di regista si propone dare voce a A bird’s nest, romanzo 1954 di Shirley Jackson. Nel nido funziona anche grazie a una compagnia di interpreti in sintonia e coesi.

Coesi: è la parola giusta, per una narrazione che si occupa della dissociazione mentale di una giovane donna. Il gruppo comprende Francesca Porrini, Cecilia Fabris, Giulia Heathfield Di Renzi, e Marco Cavalcoli nel ruolo invasivo dell’ipnotista strizzacervelli.

Demoni…

Con passione e abnegazione Domenico Ingenito si appropria invece del suo romanzo d’elezione, I demoni di Dostoevskij, adattandolo a personali corde. Anche se la parola adattamento non gli va affatto a genio. La schifa anzi.

A evitare infatti il remake del romanzone (tipo quello monumentale di Peter Stein, 11 ore e mezza) la felice indole partenopea di Ingenito ne porta allo scoperto solo rari momenti: i dialoghi tra Varvara Petrovna, madre, e Pëtr Verchovenskij, spregiudicato maestro politico del protagonista Stavrogin, e la memoria che ne hanno i suoi amori, Lisa, lo stesso Pëtr.

Frammenti interpretati, che di Ingenito fanno l’erede degno di Enzo Moscato (devo averlo già scritto, credo). Per quanto la bombetta nera in testa evochi in me il De Berardinis magistrale che parodiava Totò, prence napoletano di Danimarca. Focus di scena (per adesso siamo ancora in fase leggio) quella bombetta fa il paio con la veletta che copre il volto di Michele Eburnea, quando disinvoltamente incarna l’aristocratica dispotica Varvara.

… e orologi

Legato in modi più tradizionali a certi modelli di scrittura per la scena, Tacet di Jacopo Giacomoni si presenta come antologia aneddotica sul silenzio. Più esattamente, sulla richiesta fatidica di “un minuto di silenzio”.

La collezione di inviti a tacere intriga di più alla lettura o, volendo, in formato audio. Questo che Giacomoni chiama un museo di silenzi , lo scorso anno ha infatti vinto il Premio Riccione. Nella odierna realizzazione scenica soffre però la meccanica dell’orologio e delle sue lancette, e soprattutto la mancanza di empatia. Quella che era invece riuscito a trasmettere lo scorso anno, sempre a BMotion, in È solo un lungo tramonto.

Tacet - Jacopo Giacomoni, regia Silvia Costa
Tacet – Jacopo Giacomoni, regia Silvia Costa

Sebastiane, commediante e martire

Un diverso sapore lasciano il sudore e l’ironia che Matthieu Pastore ha messo in Il miracolo di San Sebastiano. Drammaturgo sapiente (Tragédie coréenne era il migliore tra i titoli del Premio Hystrio, Scritture di scena 2024) l’italofrancese Pastore qui si concede più volentieri al burlesque e alle provocazioni di uno spettacolo da cartellone Lgbt+.

Del resto, se è vero che tra i suoi tatuaggi corporei spicca quello di san Sebastiano, facile aspettarsi che a un certo punto il santo martire, icona e patrono gay, diventi anche idolo teatrale, come seppe fare al cinema negli anni ’70 un Derek Jarman esordiente.

BMotion 2026 - Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore - il Miracolo di san Sebastiano- ph Giancarlo Ceccon
Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore – ph Giancarlo Ceccon

Un Sebastiane da legare dunque al palo, che lo stesso Pastore e Giuseppe Affinito si contendono in scena. Il primo deve però rassegnarsi ai travestimenti da Santa Irene, matrona pia, e da Diocleziano, imperatore crudele, e toccano invece al secondo l’indispensabile perizoma del santo. Procaci strizzatone d’occhio al pubblico, ma anche il mélange ipercolto (1911 – Debussy – D’Annunzio – Fokin – Bakst – Ida Rubinstein) che viene citato musicalmente, fanno il resto.

Sì, e la danza?

Mi fermo qui, anche se alcune occasioni di danza (o di qualcosa che le si affianca, rinnovandola) meriterebbe osservazioni non superficiali. Visto che a BMotion la danza non è mai banale.

Ma della survoltata polifonica performance del libanese Charlie Khalil Prince e del berlinese Joss Turnbull , e del loro lavorare assieme si tornerà a parlare presto. Ci scommetto, ci tornerò sopra anch’io al momento giusto. Ricordatevi il titolo intanto: The Body Symphonic.

Andrebbe ricordata pure la grazia con cui gli svedesi Joanna Holewa Chrona e Yared Tilahun Cederlund ribaltano la storica idea di contact improvisation (Steve Paxton, anni ’70, per intendersi) approntando uno spettacolo fluido e delicato, visivamente e percettivamente, di assoluto non-contatto: Waterkind. Rasenti, sorvolanti, misurati. Bravi insomma.

– – – – – – – – – – – – – –
BMotion 2026 – i crediti

DEEP ARE THE WOODS
concept e creazione Eric Arnal-Burtschy
produzione BC Pertendo

IVAN E I CANI
dal racconto di Hattie Naylor
traduzione Monica Capuani
performer, sound design e regia Federica Rosellini
scenografia Paola Villani
produzione Cardellino srl

NEL NIDO
dal romanzo The Bird’s Nest di Shirley Jackson
testo e cura della lettura scenica Caterina Carpio
con Francesca Porrini, Marco Cavalcoli, Cecilia Fabris, Giulia Heathfield Di Renzi
composizioni sonore Fortunato Leccese
produzione Operaestate, Bmotion, Lacasadargilla

I DEMONI – UN FRAMMENTO
liberamente estratto da Fëdor Dostoevskij
testo e cura della lettura scenica Domenico Ingenito
con Domenico Ingenito e Michele Eburnea

IL MIRACOLO DI SAN SEBASTIANO
testo Matthieu Pastore
regia Aldo Cassano
con Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore
produzione Animanera ETS

THE BODY SYMPHONIC
coreografia e performance Charlie Khalil Prince
musiche dal vivo Charlie Khalil Prince, Joss Turnbull
drammaturgia Erin Hill
produzione Charlie Khalil Prince

WATERKIND
coreografia e performance Joanna Holewa Chrona e Yared Tilahun Cederlund
musica Yared Tilahun Cederlund
vocals Ntsika Fana Ngxang
produzione Land Before Time

FESTIVAL 2026. L’estate sta finendo. E lo spettacolo respira

La lunga ondata calda si va piano piano esaurendo e lo spettacolo dal vivo torna a respirare. Finalmente. Ma le differenze ci sono. Eccome.

In qualche località resistono ancora i palcoscenici all’aperto, pochi, però sotto le stelle: per il concerto, per la chiacchiera di una qualsiasi star della tv o del giornalismo, per la commedia balneare. Una boccata d’aria dopo il sudore della giornata.

In altri luoghi, trovano invece posto gli spettacoli di rilievo che, essendo appunto di rilevo, hanno bisogno di spazi e di un’attrezzatura tecnica quale soltanto un teatro può offrire. Nessuna stella, quindi, ma poltrone comode e aria condizionata, quella almeno sì, ci vuole.


Deep are the Woods al Festival Bmotion 2026
Deep are the Woods a Bmotion 2026

Settembre annuncia dunque una nuova ondata. Non di calore – si spera – ma di festival. Da martedì 8, prenderà il via, a Roma, la lunga agenda di Romaeuropa Festival, che per titoli e artisti, qualità e quantità, internazionalità, è oramai la manifestazione post-estiva di maggior respiro in Italia. Clicca qui per il programma completo.

Romaeuropa Festival 2026

Anticipando quella data di apertura – da osservatore trottatore quale io sono – voglio però segnalare altre due manifestazioni che, collocate rispettivamente a Nordest e Nordovest, rappresentano tappe imprescindibili – ai miei occhi almeno – per tastare il polso allo spettacolo contemporaneo del nostro Paese. Personalmente, ho già le valigie pronte e sto per partire.

A Bassano: BMotion

La prima delle due manifestazioni si è oramai avviata: proprio ieri sera. Si tratta della tornata finale di OperaEstate Festival, che nella sezione BMotion guarda elettivamente al contemporaneo, di cui mette assieme teatro, musica, danza.

OperaEstate Festival 2026

Basta un altro clic per sfogliare il programma, congegnato da Michele Mele e Rosa Scapin, dentro al quale, per gusto personale, evidenzierei già la giornata di domani, domenica 22. Quando Sara Sguotti, danzatrice, coreografa, e da poco anche mamma, debutta con un nuovo lavoro Rossocrepa, tematizzato proprio su questa sua esperienza.

Tra le molte cose che mi riprometto di vedere o rivedere ci sono anche il ritorno di Federica Rosellini (Ivan e i cani) e Hamlet di Pasquale Stanziale reinventato da Leda Kreider. Più un’agguerrita compagine di drammaturghi e performer recenti: Jacopo Giacomoni, Caterina Carpio, Domenico Ingenito, Matthieu Pastore.

Federica Rosellini - Ivan e i cani
Federica Rosellini in Ivan e i cani

Mi incuriosisce alquanto il fuori formato del belga Eric Arnal-Burtschy, che ha creato una coreografia di luce, senza performer (Deep are the Woods). Ma anche la bachiana Fuga BWV 565 del duo Michele Petrosino/ Gaetano Palermo, costruita sul gesto liberante della fuga. Però correndo.

Ma che ve lo sto a dire, guardate voi stessi il programma, che si inoltra fino a domenica 30.

Michele Petrosino - Fuga BWV 565
Michele Petrosino in Fuga BWV 565

A Torino: NID

Sull’altro versante italiano, quello occidentale, spiccano a partire già da martedi 1 settembre le cinque giornate di NID 2026: nuova piattaforma della danza italiana che, prima ogni due anni, e da tre edizioni annualmente, fa il punto su ciò che muove i corpi attuali: coreografi e performer, pratiche e idee. Anche in questo caso, un clic vi porta al programma 2026.

NID 2026 a Torino

Come si può notare, è un atlante ampio della coreografia italiana. Diciotto titoli tra creazioni già viste altrove e qui chiamate a raccolta. Ma anche alcune sorprese al debutto, e soprattutto i 4 lavori “in sviluppo” della sezione Open Studios, che da sempre costituisce un’offerta privilegiata a NID.

Le palestriti - coreografia di Simona Bertozzi - ph Luca Del Pia
Le palestriti – coreografia di Simona Bertozzi – ph Luca Del Pia

La cosa che soprattutto mi acchiappa è quella che concluderà questa decima edizione, e sarà allestita outdoor nello spazio emblematico della Reggia di Venaria. Il lentissimo attraversamento spaziale di un’astronauta camminatrice in slow motion, che “si prende il tempo di far virare un’azione altrove”. Così la anticipano la coreografa Elisabetta Consonni e la camminatrice Sara Catellani: che l’hanno ideata già dieci anni fa: “la presa di coscienza che anche un movimento lentissimo può portare ad un traguardo”.

Il che giustifica il titolo: Il secondo paradosso di Zenone: proprio quello di Achille pie’ veloce che insegue la tartaruga senza acchiapparla mai. Un manifesto per la decelerazione, insomma.

Il secondo paradosso di Zenone -  Elisabetta Consonni
Il secondo paradosso di Zenone

Nel tempo dei festival

Di festival, e non solo di festival, ma anche di condizioni di lavoro, di retribuzioni, di fragilità e di dignità delle professioni dello spettacolo, ha parlato ieri Alessandro Toppi, in un post suo Facebook. Che nel giro di poche ore ha raccolto decine e decine di adesioni e commenti.

Fossi in voi, me lo andrei a leggere, anche perché proietta una luce diversa e problematica, sul tempo solo apparentemente festivo che è il tempo dei festival. Purtroppo, non solo dei festival.

Le donne di Mittelfest. Agata Tomsic al timone di un festival che non ha smesso mai di trasformarsi

Dall’autunno prossimo, a Cividale del Friuli, Agata Tomsic prenderà il posto di Giacomo Pedini, attuale direttore di Mittelfest, il quale ha portato a termine due mandati triennali firmando il programma 2026 del festival, appena concluso, che aveva per tema la Paura. All’attrice Lucia Limonta è intanto andato l’annuale Premio Adelaide Ristori.

Mittelfest 2026 - ph Luca d'Agostino
ph Luca d’Agostino

Poche ore fa

Ora è ufficiale. E nonostante se ne parlasse, e le voci e la curiosità si rincorressero, e oramai si risapesse, la notizia definitiva è giunta solo poche ore fa, certificata e confermata.

Dal prossimo autunno alla direzione di Mittelfest, il festival internazionale (che nel 2027 giungerà alla 36esima edizione) ci sarà Agata Tomsic. A lei il Consiglio di amministrazione e il neo presidente del festival, Toni Capuozzo, hanno conferito il mandato triennale 2027-2029.

Capuozzo, Tomsic, Pedini - ph Luca d'Agostino
Capuozzo, Tomsic, Pedini – ph Luca d’Agostino

Attrice, ma al tempo stesso regista e dramaturg, progettista e curatrice, fondatrice assieme a Davide Sacco della compagnia ErosAnteros, che sei anni fa ha dato il via al festival Polis a Ravenna, Agata Tomsic si muove con competenza e passo esperto nel net internazionale dello spettacolo dal vivo.

Il fatto di essere nata e cresciuta da queste parti, a Izola/Isola, città del’Istria slovena, aggiunge una radice territoriale al progetto da lei presentato. Il recente ingresso nel consiglio direttivo di ItaliaFestival testimonia inoltre il suo rapporto stretto con altre importanti realtà festivaliere.

È per questo che la governance di Mittelfest ha scelto Tomsic tra più di quaranta candidate e candidati, tutti con titoli professionali di grande rilievo. E a lei consegna ora il timone futuro della manifestazione, dopo aver individuato nel suo curriculum e attraverso colloqui conoscitivi, la fisionomia più adatta a imprimere, una volta ancora, una nuova svolta a Mittelfest.

Agata Tomsic - ph Luca d'Agostino
Agata Tomsic – ph Luca d’Agostino

Trentasei anni di Europa che cambia

Trasformazioni, Mittelfest ne ha subite parecchie in oltre tre decenni di attività. Come del resto si è trasformata la geografia cui il festival fa riferimento. Nato subito dopo la caduta dei Muri, nel 1991, il festival individuava nell’area della Mitteleuropa storica, il proprio bacino di interessi, musicali, teatrali, di danza, e all’inizio anche cinematografici.

Trent’anni, e non poco movimentati, hanno trasformato drasticamente questo territorio: confini diversi, etnie in movimento, guerre, alleanze economiche: uno scacchiere politico instabile, ma culturalmente fervido.

Andrea Bosca in Bébi - regia Giacomo Pedini - ph Luca d'Agostino
Andrea Bosca in Bébi – regia Giacomo Pedini – ph Luca d’Agostino

Oggi la mitologia del confine, tra Occidente e Oriente, tra blocchi più o meno armati, tra lingue oramai omologate, ha cambiato aspetto. Se c’è una frontiera europea decisiva, adesso sta nel Donbass, tra Ucraina e Russia. Se c’è un linguaggio che unisce nazioni estese tra più di 3000 chilometri, è quello performativo. Musica, teatro contemporaneo, danza, parlano una lingua sola.

Mittelfest - Mittellounge
Mittelfest – Mittellounge

Metamorfosi

Di tutte queste metamorfosi, Agata Tomsic, che conosce una decina di lingue e nei paesi balcanici come nel nord d’Europa è di casa, terrà conto nel definire un’impronta nuova, da dare al festival nel prossimo triennio.

Intanto, durante questa edizione 2026, ha affiancato Pedini, direttore uscente, per raccogliere il testimone del principale evento dal vivo in Friuli Venezia Giulia e non tradire la conformazione che negli scorsi sei anni, Pedini ha dato alla manifestazione: inventando il progetto Mittelyoung (con focus sugli under 30), aprendo spazi di territorio con Mittelland, investendo sui linguaggi del circo e sulla scrittura d’autore, delineando spettacoli per famiglie.

Mittelyoung 2026 - Call
Call 2026 per Mittelyoung

Donne

Che la componente femminile, a Mittelfest, abbia trovato sempre spazio e visibilità è raccontato da una storia che muove fin dagli albori della della manifestazione. Dal fatto che già allora figura chiave del festival fosse Mimma Gallina, mediatrice avveduta tra i membri di una direzione artistica internazionale, ma tutta maschile.

Tabori, Ascher, Ćirilov, Menzel e Pressburger
la “pentagonale” artistica : Tabori, Ascher, Ćirilov, Menzel e Pressburger

Allo scrittore e regista Giorgio Pressburger, si affiancavano infatti nel 1991 l’austriaco George Tabori, lo jugoslavo Jovan Ćirilov, il cecoslovacco Jiří Menzel, l’ungherese Tamás Ascher. Con lei, Gallina, a imbrigliare le diverse esperienze e le diverse anime di quegli esperti conoscitori della Mitteleuropa teatrale.

È un tassello lontano, quello femminile, ma caratterizza ancora il team gestionale di Mittelfest. E non è difficile affiancarlo a un altro tassello, più recente, che vede nella giovane attrice Lucia Limonta la destinataria del Premio Adelaide Ristori 2026.

Adelaide Ristori (1822 – 1906) – nata a Cividale del Friuli per quella casualità geografica che almeno quattro secoli accompagna la vita degli attori – rimane tutt’ora un simbolo di imprenditoria artistica femminile.

Cividale del Friuli - piazza Duomo
Cividale del Friuli – piazza Duomo

Nel nome di Adelaide

Ed è per ciò che – promosso dal Soroptimist Club Italia e consolidato all’interno di Mittelfest – il Ristori premia ogni anno l’attrice che, a giudizio unanime, si sia distinta nell’edizione precedente del Festival.

Lucia Limonta – lo scorso anno nel cast dello spettacolo Argo, dal testo di Letizia Russo per la regia di Serena Sinigaglia – ne è la valida destinataria 2026, anche per una carriera davvero speciale che nelle diverse vesti di attrice e cantante l’ha vista percorrere passi importanti sulla scena contemporanea italiana.

Lucia Limonta - ph Luca d'Agostino
Lucia Limonta – ph Luca d’Agostino

Diplomata quattro anni fa alla Scuola del Piccolo Teatro, in breve tempo Limonta ha modellato la sua figura d’interprete lavorando accanto a Massimo Popolizio, Carmelo Rifici, Alessandro Sciarroni, Declan Donnellan, Alessio Maria Romano. Fino al cast messo assieme da Filippo Dini per il recente Alcesti, che dai palcoscenici di pietra di Siracusa, Pompei, Ostia antica, si sposterà lungo la penisola nella stagione teatrale 2026/2027.

Mittelfest  2026- Erini - ph Luca d'Agostino
Erini , vocalist in Fos– ph Luca d’Agostino

Lucia e le altre

Di molte altre donne si potrebbe ancora parlare, sfogliando l’elenco della cinquantina di eventi di questo Mittelfest 2026 appena concluso. Una Madre Coraggio, spietata trafficante centroeuropea, che si è inventata Laura Marinoni sopra la rilettura drammaturgica di Michele Santeramo.

Oppure la vocalist cretese Erini, che ha cantato l’esodo ellenico dall’Asia minore, o il duo Dagadana, che esplora la cultura polacca e ucraina fondendo musica tradizionale con ogni altro genere: etnico, pop, rock.

Adam's Apple - Creama - ph Luca d'Agostino
Adam’s Apple – Creama – ph Luca d’Agostino

E ancora le tre giovani danzatrici della tentante edenica coreografia Adam’s Apple. Infine Manuela Mandracchia e Alvia Reale, sapienti revisioniste di un gioiello teatrale della scrittrice ungherese Ágota Kristóf.

Dalla cupa scrittura originale, intitolata (ancora al maschile) John e Joe, Mandracchia e Reale hanno saputo estrarre un dialogo agile e spiritoso, che sembra direttamente destinato a una felice tournée nei teatri italiani. Dove le incontreremo di nuovo nella stagione prossima. Parola di osservatori perspicaci.

Quattro parole per un progetto

Comprendere, “che è l’aprirsi assieme”. Dialettica “come arte del saper parlare e ascoltare”. Tradizione “la capacità di trasmettere, nel tempo e negli spazi“. E infine piacere, “una carezza che rende liscia la pelle, ma anche il pensare”.

Agata Tomsic
Agata Tomsic – ph Luca d’Agostino

Queste le quattro parole che attraverso le quali Agata Tomsic intende realizzare il progetto 2027-2029, mentre garantisce di mettercela affinché non restino solo parole. Perché il teatro – dice – “è la ragione per cui mi sveglio ogni mattina“.

Puglia Showcase 2026. Nel nodo dell’identità regionale

Fasano, Puglia. Quarantamila abitanti, cinquanta chilometri da Bari, il doppio da Lecce. Siamo nel cuore della Regione, quei luoghi dove il trullo fa compagnia all’olivo.

Dopo l’esito dello scorso anno – lusinghiero senz’altro (vedi il reportage del 2025) – Puglia Showcase 2026 ha rilanciato a Fasano il suo progetto regionalista di spettacolo dal vivo.

E lo rivendica. È la capacità di un territorio – dice Paolo Ponzio, presidente di Puglia Culture – “di generare visioni, dialogo, cooperazione”.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Il Villaggio Puglia a Fasano

Regionalismi

Penso a tutto ciò che, nella mia testa, la parola regionalismo può scatenare. Non il significato storico, nemmeno giuridico: piuttosto quello culturale.

Le lingue, gli idiomi, le parlate regionali. Gli scrittori, i musicisti, gli artisti del territorio. Soprattutto una certa idea nostalgica di identità locale, protezionista, conservativa. Sentimentale e populista spesso. Di chi si aggrappa a tradizioni che vengono spazzate via dall’omologazione del life style globale che avanza.

Poi però, nel mezzo di Lu baciu santu – creazione di danza del coreografo Diego Tortelli per la compagnia ResExtensa di Elisa Barucchieri – sento Leuca, un pezzo di Justin Adams e Mario Durante. Il primo è cresciuto in Egitto, pur essendo inglese, l’altro è il leader del Canzoniere Grecanico Salentino.

Mi attrae la frizione tra danza contemporanea, un po’ di maniera, e una musica in cui il tamburello e la sua pizzica richiamano la tradizione, e una chitarra suona come quella dei Led Zeppelin di una vita fa. Nello stesso tempo la voce canta il mare di una delle città più a oriente d’Italia, Santa Maria di Leuca.

Non tutto torna. Ripenso al regionalismo. Ci ragiono.

Lu baciu santu - compagnia ResExtensa
Lu baciu santu – compagnia ResExtensa

Dodici titoli pugliesi

In quattro giorni, all’inizio di luglio, Puglia Showcase 2026 si ingegnerà nel presentare dodici spettacoli di teatro e danza. Dodici titoli che per produzione, provenienza degli artisti, temi e modalità espressive, a questa Regione fanno capo.

Creazioni che, dalle quattro giornate a Fasano, trarranno probabilmente visibilità nazionale, pure internazionale. E in virtù del formato di expo-vetrina moltiplicheranno le aspettative di vendita e distribuzione. Non solo la loro, si spera, ma dell’intero sistema territoriale dello spettacolo dal vivo, la filiera.

Sono infatti duecento, probabilmente di più, gli osservatori nazionali e internazionali, i buyer, i programmatori, convenuti nei due teatri di Fasano, il Kennedy e il Sociale, e nella Biblioteca di comunità ‘Ignazio Ciaia’ . Per vedere, incontrare, capire la Puglia dal vivo. E rifletterla magari in altre parti del pianeta.

Racconto personale

Poi sento la storia di Mamadou Diakite, giovane uomo ivoriano, che ha attraversato l’Africa settentrionale da Abidjan fino alla costa mediterranea: i pullman scassati, i posti di blocco, i soldi nascosti, le estorsioni, il rischio di morte. Non per sfuggire a un conflitto, o a una miseria disperata, ma per rivendicare il diritto ad avere, anche lui, un’occasione migliore, altrove.

Mamadou Diakite - Racconto personale
Mamadou Diakite – Racconto personale

Per uno dei labirinti del caso, si è ritrovato a fare teatro con La Bottega degli Apocrifi, a Manfredonia, provincia di Foggia. E a mettere nelle parole e nel corpo di Racconto personale la sua avventura: un monologo schietto, di verità narrativa.

Mamadou viene dalla Costa d’Avorio. Penso ancora una volta al regionalismo.

A man bassa

Più tardi infine, nella masseria di Pettolecchia che accoglie ogni sera, artisti, operatori teatrali, osservatori, giornalisti, studenti, e diventa così il momento più conviviale di Puglia Showcase 2026, sento incrociarsi lingue diverse.

Vanno dal finlandese al francese, dallo spagnolo del Sudamerica a chissà quale idioma dell’estremo oriente. E tutti, tutti, si mettono ordinatamente in fila per orecchiette, riso patate e cozze, e le bombette appena grigliate, e i nodini e la burrata, il pasticciotto con la crema, e certi vini rosati che non si dimenticano. L’arcobaleno intero delle cucina pugliese.

Sul piano dell’enogastronomia – è lampante – il regionalismo vince a man bassa. È il Guinness delle eccellenze e l’Italia ne è il campione.

Ripenso a ciò che ho visto e sentito in una sola giornata, la prima di Puglia Showcase 2026, e faccio ammenda di quella iniziale impressione. Complice il cibo, mi lascio trasportare anch’io nel flusso regionalista, che congiunge la disseccate pianure del Foggiano al Salento estremo, turistico, allettante.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Villaggio Puglia a Fasano

La selezione di Puglia Showcase 2026

Un “dispositivo di visione territoriale” lo definisce Giulia Delli Santi, al timone del programma assieme a Gemma Di Tullio. Una foto panoramica, come quella possibile sui nostri smarphone, in cui è inserita la selezione dei titoli, curata da una commissione ad hoc. I quali hanno provato a dirimere il nodo regionalista in una rappresentanza larga.

Tra i registi c’è la Licia Lanera, barese, che in James, titolo recente, riversa la propria sfacciataggine, sul pubblico e sulla compagnia dei suoi attori, intenti a un allestimento ancora da fare – in realtà, l’incompiutezza è una finzione – nel quale l’idea della creazione collettiva si sfalda.

Nei dialoghi tra madri e figlie – ce ne sono parecchi e si moltiplicano come tra specchi – emerge un tema ambizioso qual è l’immortalità. O più semplicemente un desiderio di discendenza, che la simmetrica finzione delle adozioni a distanza (James è l’ipotetico bambino, frutto di elargizioni) fa fatica a soddisfare.

James - regia Licia Lanera
James – regia Licia Lanera

C’è Koreja, cantiere teatrale leccese, che per la regia di Salvatore Tramacere racconta Domenico Modugno prima di volare. Ovvero la travisata identità del cantante, nato effettivamente a Polignano a mare (Bari), che diventerà poi siciliano nella percezione orecchiata dal popolo della canzone. Lo spettacolo lo restituisce alle origini, agli anni della formazione, e alle fresche interpretazioni canore di Emanuela Pisicchio e Angelo De Matteis (che ha anche scritto il testo).

A orientare titoli e storie non è soltanto la geografia territoriale. La versione che Tonio De Nitto e Fabio Tinella di Factory Compagnia Transadriatica danno dell’Amleto shakespeariano lascia emozionati nel profondo, per l’adesione che i corpi fragili di alcuni degli interpreti danno a quei personaggi, così tante volte raccontati.

Ma in questo caso inaspettatamente veri, nella scrittura storta di Fabrizio Tana e nella sua presenza magnetica , amletica, “non conforme”.

(H)Amleto - regia Tonio De Nitto e Fabio Tinella
(H)Amleto – regia Tonio De Nitto e Fabio Tinella

Nella scia shakespeariana si muove anche Giulietta e Romeo di La Luna nel letto e Teatri di Bari, con una schiera di giovani interpreti, tredici in scena, che non aggiunge comunque granché a quanto della tragedia delle due famiglie veronesi già non si sappia. O non si sia stato, nel bene e nel male, rimaneggiato.

La cooperativa di Taranto, Crest, trova intanto nel corpo atletico di Andrea Simonetti lo strumento di una narrazione che dalle vittorie del pugilato finisce nei campi di sterminio nazista. Sono la vita e la morte del boxeur tedesco di origine zingara Johan Trollman (1907-1944). La regia di Gaetano Colella (già attore in La ferocia dei corregionali Lagioia-Paolocà-Altamura) la rischiara con l’asciuttezza di una sola lampadina.

Resto colpito molto da Oliviero, nuovo titolo del Teatro dei Borgia, formazione di coppia (Gianpiero Borgia, Elena Cotugno) che ha radici a Barletta, ma con la trilogia La città dei miti ha attraversato paesaggi diversi. Diverso ancora è il paesaggio che Oliviero racconta, partendo dal una storia vera di disagio comportamentale.

Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri - Oliviero
Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri – Oliviero

Dal rapporto tra chi accompagna e chi è accompagnato, dai dubbi sulla cosa giusta e dal rischio del burnout che le situazioni di margine comportano. In un rapporto inusuale con il pubblico, lo stesso Borgia come Oliviero e Riccardo Palmieri nei panni dell’operatore sociosanitario, trovano la chiave che scioglie la drammaticità, senza perdere di vista l’umano.

Potrei aggiungere anche una LidoOdissea da spiaggia, della compagnia Berardi-Casolari, o l’accostamento incongruo tra la musica di Arvo Pärt e quella di David Bowie, che giustifica il dittico coreografico di Equilibrio Dinamico.

Non cambierebbe però il senso di questo mio riflettere sul regionalismo che, dall’inizio della quattrogiorni, si è fatto via via più complesso, problematico. Continuamente in bilico tra offerta turistica, seduzione gastronomica, e capacità di costruire rapporti, in forma di impatto culturale.

Buona pratica

Un modello, una pratica, per dirla alla fine e in breve, che mi sembra si possa estendere anche ad altre regioni, quelle che non godono della visibilità offerta dalla nostra geografia nazionale, che ancora privilegia Nord e concentrazioni metropolitane: l’asse Milano, Bologna, Roma, Napoli.

L’antica, e sempre contemporanea, questione meridionale (di cui QuanteScene! ha altre volte parlato) non molla la presa. Ma l’incontro che al quarto giorno ha suggellato Puglia Showcase 2026 – Visioni dal Sud, un summit di rappresentati istituzionali da tutto il Mezzogiorno – lascia una finestra aperta sulla convergenza futura. Una comune strategia meridionale.

Buona pratica, di cui questo blog potrebbe magari parlare al prossimo Showcase, luglio 2027.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Villaggio Puglia a Pettolecchia – Fasano

“Caro Giorgio”, “Caro Bert”. Milano 1956. In un libro l’incontro 1956 tra Brecht e Strehler

Nel volume intitolato L’opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti, (Il Saggiatore, 368 pp.) la germanista Flavia Foradini ripercorre l’evento che ha lasciato un segno tenace nella storia del teatro italiano.

Grassi, Brecht, Strehler. 10 febbraio 1956
Grassi, Brecht, Strehler, 10 febbraio 1956

Uomini straordinari

Non capitano più, oggi, gli incontri tra uomini straordinari. O magari non ce ne accorgiamo. Ma settant’anni fa, sì, eccome. E se ne accorgevano tutti. Nel febbraio del 1956, in una Milano livida e ghiacciata, sotto un manto di neve, al Piccolo Teatro di via Rovello, Giorgio Strehler il Regista mette in scena l’Opera da tre soldi.

E Bertolt Brecht l’Autore scende dal treno partito da Berlino Est per essere presente a quel debutto. Un incontro che lascerà un segno tenace nella storia del teatro italiano.

Attraverso un volume informato, scrupoloso, documentatissimo, Flavia Foradini, germanista e giornalista, racconta quell’incontro epocale. Ciò che lo precedette. Ciò che ne seguì. L’opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti è un viaggio archivistico-documentario attorno a quel testo e alla sua avventura italiana. Che non durerà solo le 70 repliche del cartellone milanese 1955/1956, ma, di rimbalzo, troverà nuovamente spazio nella teatrografia del regista triestino al timone dell’istituzione milanese.

Flavia Foradini, L'opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti. Il Saggiatore

Una capsula del tempo

“Un complesso ordito di materiali” scrive Claudio Longhi, attuale direttore del Piccolo Teatro, nella premessa al libro. E subito pone in rilevo la varietà, la vastità (e la rarità pure) della antologia curata da Foradini . “Un po’ personalissimo trattato di registica, un po’ conte philosophique, un po’ eccentrica avventura letteraria: tutte angolazioni da cui è possibile scorgere in filigrana l’evoluzione del paesaggio teatrale italiano”.

Volendo, anche una “capsula del tempo” che restituisce un momento irrecuperabile, se non solo in libri e fotografie, della temperatura culturale di quell’anno fatidico.

Un 1956 di “epiche tensioni fra vecchi grumi di bacchettoneria andreottiana e fermenti nuovissimi: libri da Feltrinelli, articoli di Camilla Cederna, trionfi della Callas con Visconti, travestiti proletari di Legnano, canzoni della mala a Porta Romana…” scrive Alberto Arbasino su Repubblica a cinquant’anni esatti da quella data.

E prosegue: ” tutto un culto dei dischetti di Lotte Lenya, recuperati nei mercatini e danzati fra abat-jour di perline in soffitte e mansarde di futuri grandi sarte per dive, sognando quei luoghi arcani magicamente evocati da Brecht e Weill”.

Brecht. Opera da tre soldi, Einaudi

“Con il fare di chi chiede scusa per disturbo”

Venerdì 10 febbraio 1956 è il giorno della prima. Ed è anche il compleanno, il 58esimo di Brecht (morirà sei mesi dopo). Ricorda Nina Vinchi, segretaria generale del Piccolo, che quando l’Autore entra in sala non lo riconosce quasi nessuno. “Stretto nella sua giacca grigia, abbottonata alla russa, capelli radi e corti, si muove con il fare di chi chiede scusa per disturbo”.

Lo spettacolo, che tra gli altri vede in scena Tino Carraro, Mario Carotenuto, Milly, dura fino alle due di notte. “Un successo enorme, travolgente”, registra Paolo Grassi, che con Strehler aveva fondato il Piccolo nove anni prima.

in primo piano, Milly e Tino Carraro
in primo piano, Milly e Tino Carraro

“Al termine – annota Foradini – Brecht viene condotto sul palcoscenico e senza rivolgersi al pubblico vi rimane solo il tempo necessario per accennare un abbraccio al regista e fare un inchino agli attori schierati. Poi si ritira e scrive un messaggio a Strehler: «Vorrei poterle affidare in Europa tutte le mie commedie, una dopo l’altra. Grazie»”.

La portata della presenza italiana di Brecht alla prima milanese dell’Opera da tre soldi, il clamore e le polemiche, gli applausi e le grida di “Basta, bolscevichi!”, sono stati oggetto anche di altri studi. Quello di Alberto Benedetto (2016) che dalle due righe indirizzate a Strehler fa partire una minuziosa indagine sul “protettorato “ che il Piccolo intenderà esercitare in Italia, per decenni, sulle rappresentazioni brechtiane.

Esiste anche un’inaspettata graphic novel (2018) nella quale, a fumetti, Davide Barzi, Claudio Riva e Alessandro Ambrosoni ridisegnano quel febbraio milanese

la prima del 10 febbraio vista dalla matita di Alessandro Ambrosoni

Costellazione

Attorno all’evento il volume di Foradini appronta adesso una vera e propria costellazione, che dà conto di articoli di giornale, recensioni , lettere pubbliche, lettere personali, dichiarazioni, convegni, riflessioni e note di regia del Regista. Compresi molti materiali inediti, immagini e bozzetti.

Non finisce qui, perché a quelle memorabili repliche, che consacrano in Italia il drammaturgo marxista e il suo teatro epico, il volume aggiunge capitoli sulle altre tre edizioni dell’Opera firmate Strehler (quelle del 1958, del 1973 con Domenico Modugno e Milva, del 1986 a Parigi). Cui si potrà aggiungere, per scrupolo di precisione, l’allestimento del 2016, con la regia di Damiano Michieletto.

Milva come Jenny delle spelonche (dal volume curato da Flavia Foradini)
Milva come Jenny delle spelonche

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO, mercoledì 30 giugno 2026]

Baccanti, tragedia terminale. Terzopoulos al suo settimo allestimento

Ad aprire la nona edizione del festival Pompeii Theatrum Mundi, la scorsa settimana, sono state Le Baccanti con la regia di Theodoros Terzopoulos.

Lo spettacolo è in scena anche questa sera giovedì 25 e domani 26 al teatro di Ostia Antica. In autunno sarà a Modena al Teatro Storchi.

Baccanti Terzopoulos 1 Gemma Carbone ph Johanna Weber
Gemma Carbone in Le Baccanti – regia T. Terzopoulos – ph J. Weber

Ossigeno e sangue

Le ho contate, sono centocinquanta. Centocinquanta sacche trasfusionali di sangue che fanno da sfondo a Le Baccanti, nuova versione che Terzopoulos dà dell’ultima e più estrema tragedia di Euripide.

Davanti alle sacche di sangue si scorge qualcosa che assomiglia a una barella o a una navicella spaziale, magari temporale, dove giace un corpo tenuto in vita – pare di capire – da tubi che lo allacciano a due bomboloni di ossigeno a lato.

Davvero ci vogliono ossigeno e sangue – mi sono subito chiesto – per tenere in vita, se non resuscitare, la più terminale fra tragedie di Euripide? Un testo vertiginoso che già ha attraversato due millenni e mezzo, e che ancora proietta le sue terribili immagini sul presente?

Baccanti Terzopoulos - Musio Vetrano ph Johanna Weber
Paolo Musio e Enzo Vetrano – ph Johanna Weber

La più estrema

Baccanti è la più estrema tra le opere del canone classico. Non a caso quel titolo entra nel linguaggio comune come una ventata di ebbrezza, fanatica e pericolosa. Baccanti sono le donne inebriate dal vino, scompigliate nei gesti, incontrollate nei sensi, fameliche, feroci.

Baccanti in quanto seguaci di Bacco. Che è uno dei tanti nomi di Dioniso. Come Dioniso Lieo, il liberatore. Come Dioniso Bromio, il festoso. Saranno poi i Romani a fare di Bacco, autonomamente, il dio del vino. Con tutto ciò che ne consegue.

Bene lo sa Terzopoulos, 81 anni, greco, nato proprio sotto il Monte Olimpo, e fondatore del Teatro ateniese Attis. Di Baccanti, Terzopoulos ha già realizzato sei allestimenti diversi e sul dio protagonista ha scritto anche un diffuso manuale di teatro che si intitola Il ritorno di Dionysos.

copertina il ritorno di Dionysos

Quel mito lo conosce dunque bene, benissimo, per averlo studiato nelle tante sfaccettature, e per aver immaginato, altre sei volte, un disegno diverso, adatto ai tempi e alle situazioni, in cui le sue Baccanti si sono trovate a replicare, ebbre, scomposte, gli scandalosi riti boschivi. “Un dio terribile e dolcissimo” lo definisce Euripide. “Il dio protettore dei rave” potremmo chiamarlo noi.

L’archetipo del profugo

Qui, nel Teatro Grande di Pompei, non siamo nella Epidauro del turismo di massa, ma la richiesta è ancora una volta quella di ammansire il tragico, renderlo più comprensibile, dargli perfino una patina di attualità. Cosa di cui il tragico, che va alle radici dei comportamenti umani, davvero non avrebbe bisogno.

“Dioniso è l’archetipo di un profugo che attraversa i paesaggi di guerra – ha raccontato il regista in un’ intervista al Corriere della Sera – “è il predecessore dei profughi di oggi come quelli che cercano salvezza, per esempio sulle coste di Lampedusa”. E via avanti con lo spiegone.

Ecco perciò ricomposto nel suo disegno di regia un mondo, non senza tempo, ma di tutti i tempi. Che mette insieme il passo dell’oca nazista e il settecentesco Lascia ch’io pianga… Il corpo nudo della liberazione dionisiaca e il corpo armato della militarizzazione.

Baccanti Terzopoulos - Randisi Carbone ph Johanna Weber
Stefano Randisi e Gemma Carbone- ph Johanna Weber

Tra le tante altre soluzioni estrose, noi spettatori vedremo e sentiremo: rombi guerra e sirene, un rotear di ventagli rossi, movimenti di scena che trasformano il coro in coreografia…. Tutte cose abbastanza incongrue con l’assunto principale, ma adatte a fare spettacolo.

Riccioli d’oro

Perfino il casting appare piuttosto curioso. La regia assegna a Roberto Latini il ruolo del biondo e riccioluto Dioniso. Che era un Massimo Popolizio, divino nell’edizione di Luca Ronconi a Siracusa, un’ambigua Federica Rosellini nella versione di Andrea De Rosa, proprio qui a Pompei nove anni fa.

Ma Latini – il quale resta un attore superbamente bravo e molto applaudito – non è né biondo né riccioluto, e deve perciò mimare riccioli e belli capelli.

Roberto Latini e Marco Cacciola
Roberto Latini e Marco Cacciola – ph Ivan Nocera

Lo stesso vale per Penteo, tiranno di Tebe, co-protagonista repressivo prima, poi sedotto anche lui dalla divinità. Con un po’ di imbarazzo vedremo l’interprete, Marco Cacciola, costretto allo spogliarello e a un balletto sinuoso, un po’ odalisca, un po’ sette veli.

Autentica mater dolorosa è Alvia Reale, mentre succhia il proprio dolore dal cranio del figlio Penteo, scambiato per una belva feroce e decapitata. Terrore e raccapriccio.

Baccanti Terzopoulos - Alvia Reale
Alvia Reale – ph Johanna Weber

Sono i particolari di quella tendenza allo spettacolare e – sottolinerei – pure al banale che abbondano spesso nelle riprese dei titoli del canone classico. Ma che le Baccanti, estremiste e sovversive, non si meriterebbero. E che non si merita nemmeno la gloriosa carriera di Terzopoulos.

Dioniso è Bacco

Mi risuona, mentre lascio i gradini del Teatro Grande, un canto ritmato e allegro che viene dai camerini, curiosi container bianchi tra le pietre antiche. “Venite Baccanti, Baccanti venite!” scandiscono con l’entusiasmo di chi è stato poco prima applaudito, e finalmente si disseta, i dodici ragazzi e ragazze del Coro.

Chissà – mi chiedo salutando Pompei – se le sacche trasfusionali erano piene di sangue davvero. Dionisio è pure Bacco, e inventò il vino. E il bel colore, un rosso rubino, più o meno è lo stesso.

Baccanti Terzopoulos - Pompeii Theatrum Mundi

– – – – – – – – – – – –
LE BACCANTI
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumposcon Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
il Coro: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

Pompei, Teatro Grande, dal 18 al 20 giugno 2026
Ostia, Teatro Antico, 25 e 26 giugno
Modena Teatro Storchi, dal 22 ottobre